Interviste

 

DRUMSET MAG
Dicembre 2013

 

"Face to Face "

Peppe Consolmagno: L'Ambasciatore

                      A ruota libera con il musicista romagnolo-marchigiano, certamente il più attivo, appassionato e profondo 

                      "ambasciatore" della percussione brasiliana in Italia.

 


Intervista e foto di Gian Franco Grilli

 

 

 

Peppe Consolmagno, sei più romagnolo o marchigiano?

Sono nato a Rimini,  vivo a Tavullia, nel pesarese, ma mi sento romagnolo più che marchigiano perché mia nonna, mia madre e mia sorella sono tutte di Rimini. Quindi direi romagnolo, ma conosco bene le Marche poiché sono qui da sempre. Avendo anche una parte della mia famiglia che è meridionale (provincia di Salerno), alla fine non mi sento di un luogo specifico.

 

Il folklore romagnolo che imperava in quelle terre di confine ha influito sulle tue scelte musicali?

Mi ha influenzato poco e non in modo positivo, anche se tutte le regioni nel profondo hanno qualcosa di interessante. E’ vero che il folklore è stato ed è dominante tanto che fin da bambino sono stato circondato dal liscio romagnolo, ma  non appartengo a quella cultura musicale.

 

In famiglia si respirava musica? E quando è avvenuto il tuo approccio al mondo musicale?

Mio nonno di Aquara (Salerno) suonava in banda, mia madre è pittrice, quindi in qualche maniera l’arte era nell’aria di casa mia. Da piccolo ero attratto da tutto, dalle cose di cucina,Peppe Consolmagno - Foto di Gian Franco Grilli come facevano la piadina, dall’arte di cucire e rammendare. Mi piaceva dilettarmi con queste pratiche quotidiane che aiutavano a sviluppare la manualità. La mia curiosità verso la musica è venuta da più grandicello e non tanto per capirne i suoi segreti, ma per scoprire gli strumenti che mi interessavano. Va detto però che a 7 o 8 anni,  mi divertivo a giocare con la musica, cioè a costruire strumenti musicali perché mancava tutto e allora mi facevo batteria, bacchette,  con oggetti di recupero. Poi, piano piano, la curiosità è avanzata e mi sono messo in modo deciso dentro la musica, non studiando metodi di solfeggio come il Bona ma cercando di capire come si muovono certe musiche. Fare musica per me era qualcosa di completamente diverso rispetto al sentire comune: voleva dire studiare i materiali e analizzare lo strumento, da quale cultura proveniva, perché costruito e suonato in quella maniera. Una sorta di percorso all’incontrario, partire dalla radice per arrivare  alla musica prodotta.

Con il senno di poi, pensi che ti avrebbe giovato combinare studi accademici e percorsi da autodidatta con la musica orale?

Direi poco, perché sono mentalità molto diverse anche se entrambe sono disciplinate regole molto severe. Potrebbe servire per capire meglio un andamento scritto o leggere al volo una partitura lavorando in orchestra, ma quello che faccio io si basa sulla creatività che traduco con appunti, sigle, con quello che si chiama registro grafico: della parola, della musica del canto. Questo non mi preclude la strada della composizione perché compongo. Quando un brano funziona secondo i miei modelli, e senza tanti ragionamenti matematici, lo deposito come fa chiunque altro alla Siae. La cosa interessante del mio modo di fare musica è il fatto che un brano può cambiare a seconda del diverso partner che interviene. Ad esempio, la stessa musica suonata con il trio Consolmagno, Salvatori, Spinaci dell’ultimo mio cd, cambia se la suono con Naná Vasconcelos e Antonello Salis.

 

Percussionista, musicista, artista, divulgatore, giornalista, fabbricante di strumenti.  In una parola chi è Consolmagno?

Di base mi sento un musicista, se vuoi, percussionista, ma l’immagine del percussionista è molto variabile da un paese all’altro, e allora dire musicista è più consono a ciò che faccio. Costruire i miei strumenti è viverli e questo mi mette in condizione suonando, di dialogare con loro. Ho costruito strumenti per colleghi importanti, primo fra tutti Nanà Vasconcelos, ma non ne ho fatto mai un mercato, anche se potrebbe essere una opzione nel futuro. Allo stesso tempo essermi interessato di altre culture e poi di divulgarle mi ha aperto orizzonti per la mia stessa musica. Ho scritto tanto sul Brasile, di strumenti, delle tradizioni, delle culture, di capoeira e altro ancora. 

 

Confermo: leggevo i tuoi articoli che andavano oltre la tecnica strumentale e rappresentavano dei tasselli storico-musicali importanti per avvicinarsi alle culture del Brasile....

E’ vero, la tecnica strumentale era secondaria, perché se non conosci il mondo culturale dove si sviluppa una certa modalità la musica che prende ispirazione da quella realtà, in questo caso il Brasile, rischia di non avere l’essenza dell’anima brasiliana, il balanço. Per quel che mi riguarda quando cammino, parlo o quando penso ho il balanço brasiliano e non la clave cubana ad esempio.

 

Ai neofiti vogliamo dire cos’è il balanço?Peppe Consolmagno - Foto di Gian Franco Grilli

E’ la chiave di lettura su cui si muove il ritmo brasiliano, è un bilanciamento che guida, che orienta.

 

Un piccolo dittatore del ritmo come è la clave nei ritmi cubani?

Esatto, si muove diversamente dalla clave ma è colui che dà lo swing alla musica brasiliana. Quando senti la clave sai di essere a Cuba, ma con il balanço per forza sei in Brasile.

 

Già, il Brasile, la tua principale fonte di ispirazione; ma i tuoi concerti non sono dei veri tribute alla musica brasiliana. E’ così?

La cosa che mi ha attratto del Brasile è la mistura di tre elementi, tre colori bianco, nero e giallo, vale a dire europeo, africano, indio, e la mia ispirazione viene dal risultato di questa mistura, in questo senso posso dire che il Brasile fa parte di me, pur non facendo musica brasiliana in senso stretto. Le mie musiche infatti sono originali senza etichetta, tanto è che li suono in contesti musicali differenti tra loro, pur mantenendo la mia autenticità.

 

Apriamo una parentesi. Com’è visto dai brasiliani,  e in particolare dalle Istituzioni, il lavoro di divulgazione del Brasile che tu svolgi nel nostro Paese?

Mi fa molto piacere che tu me lo chieda perché posso dire che il mio lavoro è molto apprezzato, e come ho sempre detto, sia là che qua, per parlare di un paese è importante conoscerlo e in profondità. Prima di divulgare bene è necessario lavorare per capire come un italiano vede il Brasile e viceversa,  completare il ciclo che è utile per non cadere nei pregiudizi. E così si dà la possibilità al brasiliano di sentirsi capito per quello che è veramente, e da lì si pongono le basi di un rapporto corretto con il mondo europeo. Ripeto, il mio lavoro viene valorizzato su più fronti.

 

Quali sono gli strumenti brasiliani che non possono mai mancare nel grande tappeto che accompagna le tue performance?

Porto con me sempre e solo gli strumenti che utilizzo. Colloco i miei strumenti sul mio tappeto come fa un pittore sulla sua tavolozza. Ogni mio strumento quindi è importante e con ognuno di loro interagisco e dialogo per fare musica. Per quanto riguarda quelli della tradizione brasiliana sicuramente i caxixi, il berimbau. Ai caxixi ho dedicato molto tempo, una quindicina di anni cambiando forma e modelli e ricercando nuovi materiali per arrivare a quelli che vedi in scena.

 

Perché tanta cura verso i caxixi?

Bisogna dire che i caxixi sono per me l’equivalente dei piatti per un batterista e hanno quel suono caratteristico senza il quale viene a mancare lo swing, l’energia alla musica.

 

Peppe Consolmagno - Foto di Gian Franco GrilliFermiamoci un attimo sui piatti, che fanno parte del tuo set.  Anche questi sono autocostruiti?

No, però a volte ho adattato alcuni piatti come nel caso di Lua, brano molto significativo, realizzato solo con piatti da batteria lo si può ascoltare sui miei cd Timbri dal mondo, Kalungumachine e Vasconcelos, Salis Consolmagno tutti  postati su You Tube.  Ho fatto solo alcuni interventi, battendoli, modificandoli per riuscire ad avere un suono che mi piacesse. La fabbricazione dei piatti richiede una tecnica particolare, è un’arte, un lavoro molto serio, complesso, e perciò è meglio affidarsi a chi ha una lunga storia alle spalle come ad esempio la UFIP.

 

Spieghiamo bene: i piatti iniziano a “cantare” e tu vai all’inseguimento degli armonici per creare poi una sorta di interplay strumentale?

Ascoltando Lua si può pensare a una tastiera elettronica ma non lo è. Ho disposto i piatti, alcuni anche inusuali, di varie misure su di un’asta formando un albero, li percuoto e catturo gli armonici che inseguo con il microfono a cui unisco la voce creando una melodia. Insieme cantiamo, dove, melodia, ritmo e armonia convivono piacevolmente.

 

Quindi la ricerca dei suoni, del timbro, è la tua poetica e una modalità per esprimerti e comunicare?

Certamente. Sicuramente il suono, il timbro è ciò che mi colpisce: non mi interessa l’effettismo, il rumorismo, il ritmo forsennato, l’esibizionismo, il bodybuilding, pratiche che tengo a debita distanza. Mi interessa il simbolismo, capace di evocare una relazione tPeppe Consolmagno - Foto di Gian Franco Grillira un oggetto e un’immagine mentale. I miei interventi sonori sono strettamente legati a questo, simboli creati dal sentire, ascoltare e trasformarli in musica.

 

A fronte di quanto appena espresso, e tenendo conto dell’oggi sempre più  orientato al tecnicismo, mi viene da chiederti se hai difficoltà a trovare partner in linea con le tue sensibilità musicali.

Non è facile trovare qualche tuo “simile”,  perché c’è poca gente a cui piace rischiare e  mettersi in discussione. Quando suoni in questo modo – cioè con il suono che parte e gli armonici dialogano tra di loro e il suono e gli armonici prodotti dagli altri musicisti – diventa uno scambio continuo e sul dialogo si improvvisa, si crea. Pochi sono disponibili a percorrere questa direzione,  ma quando il dialogo c’è, allora vengono fuori cose eccellenti.

 

Hai chiamato in causa l’improvvisazione, che è una caratteristica presente in diverse forme espressive della musica, ma che soprattutto caratterizza il jazz. Ti consideri un po’ jazzista?

In questo senso specifico direi di sì, anche se la mia musica viaggia per vari confini. Quando trovo qualche musicista disponibile a dialogare, a creare - e creare mi interessa di più che improvvisare! – allora entro con lo spirito jazz, tanto che nell’ultimo cd Flowing Spirits (Red Records), in trio  con Nicola Salvatori e Simone Spinaci, c’è molta creatività, ma altrettanto buon jazz.

 

Lavori in corso e progetti futuri?

Il primo impegno è quello di promuovere Flowing Spirits l’ultimo disco in trio (Consolmagno, Salvatori, Spinaci) che abbiamo avuto l’onore di vederlo pubblicato con l’etichetta Red Records, di  Sergio Veschi. Molto interessante il duo con l'organista Giovannimaria Perrucci (organo di chiesa), abbiamo suonato al prestigioso Festival de Órgão da Madeira in ottobre con grande successo di pubblico e di critica; partecipando con la mia solo performance e jam con musicisti residenti allo Scat Funchal Jazz Club di Madeira , una bellissima esperienza.  Ho iniziato a lavorare con due cantanti che mi stanno coinvolgendo nei loro progetti originali: Frida Neri sul fronte fado e aperta a nuove esperienze sonore, e Thea Crudi (insieme ai pianisti Beppe Grifeo e Mario Mariani) di matrice jazzistica, ma ora si sta occupando delle sue recenti esperienze sulla musica di Java. Ho in corso altri progetti: con poeti di varie parti del mondo; workshop con i bambini delle scuole elementari, unendo l'ambiente e la musica, un progetto elaborato da Michela Pacassoni.

 

                                                                                                                                                                                   Gian Franco Grilli


DRUMSET MAG  Dicembre  2013 


 

Giuseppe) PEPPE CONSOLMAGNO 
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