Interviste

Rivista PERCUSSIONI
n. 93, dicembre 1998, pag. 56-63

PEPPE CONSOLMAGNO
"Ogni genere musicale si differenzia da un altro e 
quello che lo caratterizza non è solo il tempo
metronomico, ma la pulsazione, l'anima.
Non si può ricondurre tutta la musica ad un solo diapason" 
Peppe Consolmagno

Di: Tatjana Kostiucick.
Foto: Alessandro Botticelli

PREMESSA
Il tappeto su cui sparpaglia i suoi strumenti sembra un'officina del ritmo e dei sogni, uno spazio liberato dalla cacofonia della vita moderna e consacrato al piacere del suono. Peppe Consolmagno costruisce oggetti sonori per sé e per Nana Vasconcelos, uno dei suoi tanti estimatori.  Altri ne inventa utilizzando materiali recuperati durante i suoi viaggi. Altri ancora ne immagina unendo la sua voce alla sinfonia di timbri e colori che si
sprigionano da questa singolare orchestra formata da una sola persona. Grandi cucurbitacee saheliane trasformate in tamburi ad acqua, un gong birmano, lo sciabordio di un caxixi, vasi di terracotta africani che cantano, scrosci di sanza, flauti pigmei ed altro ancora, tra Sudamerica, Africa, Asia e regioni immaginarie, tra strumenti presi in prestito dalle più diverse tradizioni e altri totalmente inventati o reinventati.
Musicologo apprezzato, brillante, animatore di seminari e workshop, Peppe Consolmagno costruisce i suoi spettacoli come piccoli racconti ambientati in una dimensione magica.

Peppe Consolmagno con berimbau, foto A.Botticelli

PERCUSSIONI: QUALI SONO LE TUE RADICI?

PEPPE CONSOLMAGNO: Provengo da una famiglia di artisti. Mio padre è stato un
musicista famoso, mia madre violinista con grandi doti, mio zio un prestigioso giornalista e i miei nonni grandi costruttori di strumenti che hanno fatto fortuna in America ed io a tre anni già suonavo la batteria.
Sarebbe stato bello, no? In realtà sono cresciuto lavorando sodo e per motivi nobili. I miei insegnanti sono stati, nel bene e nel male, la vita ed i rapporti familiari. Ho fatto diversi lavori e sempre con l'idea fissa di poter fare sopravvivere dignitosamente la mia libertà. Non è stato facile e non lo è tuttora, ma la mia disponibilità verso la conoscenza, la curiosità per i dettagli e le cose genuine, la coerenza e la sincerità oltre qualsiasi limite, hanno sempre preso il sopravvento. Nessuno inventa niente, è difficile essere il primo a fare qualcosa, specialmente in questi ultimi anni, da quando si trova tutto, si conosce tutto. Ho lavorato a lungo con Gianni di Pietro, chitarrista romano ma da anni trapiantato nelle Marche, insieme abbiamo fatto cose molto buone, molta gavetta e tanta sperimentazione. Ancora oggi ci conforta una sana amicizia. Mi sono sempre guardato intorno e spinto verso le culture extraeuropee per indagare e capire.

P.: DEDICHI PARTE DEL TUO TEMPO ANCHE ALL'ATTIVITA' DI SCRITTURA CON UNA MARCATA IMPRONTA MUSICOLOGICA. CON CHI COLLABORI E QUALI SONO I TUOI LAVORI RECENTI?

P.C.: Scrivere per me è un altro modo per fare musica. E' dare voce allo stile che mi accomuna a certe persone, ai modi di vedere la vita e la musica. Mi piace raccontare e documentare in maniera precisa. Collaboro ormai da anni con questa rivista, così come anche con World Music, con Jazz 'N'Blues, 'N'Around, con il Manifesto, con Strumenti Musicali nelle quali sono usciti di recente altri miei lavori, quasi sempre di stampo monografico e musicologico (monografia  sulla "Capoeira", sul "Berimbau", un articolo su "Registrare le percussioni", l'intero Ultrasuoni sul "Didjeridu").
Saltuariamente collaboro anche con altre testate. E' un lavoro molto poco remunerativo e non è una cosa strana, ma prova a spiegarlo a chi vive di solo business, non ci crederà mai! Recentemente i miei lavori di scrittura su Nana Vasconcelos sono stati documentati su internet.

P.: A PROPOSITO DI INTERNET, COSA NE PENSI?

P.C.: Una grande cosa! E' estremamente utile, rapido da consultare e soprattutto libero. Superate le spese iniziali, di acquisto, di manutenzione e di aggiornamento, fatti i relativi abbonamenti, perso un sacco di tempo quando qualcosa non funziona, internet è un mezzo? "economico". Si tratta comunque di un'altra maniera per esserci. La mia pagina web è stata curata da Europa Jazz Network : http://www.ejn.it/musicians/consolmagno.htm
ci potrai trovare alcune fotografie molto divertenti scattate dall'occhio esperto dell'amico e fotografo Elio Guidi.
Mi viene in mente Nana che aveva detto: internet è il figlio più piccolo della tradizione moderna.

P.: E DELLA CRITICA MUSICALE?

P.C.: La guardo con sospetto. Non mi piace farla e anche quando sono costretto, non mi piace leggerla. Spesso il proprio futuro è in mano più ai critici che alle esigenze della gente.

P.: SEI STATO PER DUE ANNI CONSECUTIVI L'UNICO EUROPEO INVITATO AL FESTIVAL BRASILIANO PERC PAN. COSA CI PUOI RACCONTARE?

P.C.: Il Perc Pan, vale a dire il Panorama Mondiale della Percussione, è un festival che si tiene da cinque anni a Salvador - Bahia in Brasile nel periodo di marzo. Da quattro è sotto la direzione artistica di Nana Vasconcelos e  Gilberto Gil. E' stato proprio Nana che mi chiamò per partecipare a questo festival in qualità di giornalista, a patto di recensirlo per l'Italia. Niente di gratuito come vedi. Tu sai quanto sono legato al Brasile, pertanto accettai con grande piacere e soprattutto tenni fede a  quello che mi era stato chiesto. Il risultato del mio lavoro è stato: il primo anno sette recensioni su riviste del settore musicale, precedute da informazioni a tappeto inviate per fax o per telefono; il secondo anno invece, una pagina fatta in diretta dal Brasile per il quotidiano Il Manifesto, quattro lunghe e dettagliate recensioni su altrettante importanti riviste del settore, oltre trecento foto scattate e dieci ore di registrazione delle quali al mio ritorno mi sono servito per realizzare una trasmissione alla Radio Rai Tre a Roma, in diretta, per la durata di un'ora e dieci minuti. L'invito mi era stato fatto anche per quest'anno da Nana, purtroppo le cose sono andate diversamente. Peccato!

Peppe Consolmagno con caxixi, foto A.Botticelli

P.: LA VOGLIA DI INTERESSARSI A STRUMENTI LONTANI DALLA CULTURA EUROPEA ED ADDIRITTURA DI COSTRUIRTELI DA SOLO, DA DOVE E' VENUTA?

P.C:  Dalla necessità di arrangiarsi, dall'adorazione per i dettagli, dall'amore per la natura con i suoi colori, con i suoi odori e sapori. Un'altra esigenza che mi accompagna da sempre è quella di avere un rapporto molto stretto con lo strumento. L'idea di prendere in mano uno strumento comprato in un negozio mi ha sempre posto una serie di problemi legati alla loro stessa denominazione, alle loro origini e finalità, ai materiali con i quali erano costruiti. Il mio punto di partenza è sempre stato lasciar "parlare" prima gli strumenti e successivamente "dialogare con loro". E' un modo per fare musica, non l'unico è ovvio, ma è quello con il quale mi sento a mio agio.

P.: COSA VUOL DIRE PER TE COSTRUIRE UNO STRUMENTO MUSICALE?                                                                 

P.C.: Costruirsi uno strumento aiuta a conoscerlo, a capirlo, a rispettarlo. Passando attraverso le sue fibre riesci a comprendere come si esprime. Costruire qualcosa che produce un suono non è difficile, costruire uno strumento musicale è complicato ma non impossibile. Un vero strumento musicale deve essere maneggevole, robusto nel tempo, pratico nell'uso, di bell'aspetto, soprattutto deve suonare bene e con disinvoltura sia in studio che dal vivo, sia in situazioni acustiche che elettriche. Il costruttore di strumenti musicali deve fare da ponte fra la creatività spontanea e la necessità di soddisfare le esigenze immediate del musicista. Ho già detto molte volte che quando uno strumento musicale che fa parte di una determinata cultura viene suonato male in maniera impropria, senza conoscere la sua collocazione, la sua forma e le sue fibre, suona male. E' estremamente limitativo considerare solo l'approccio ritmico, escludendo così un visione più ampia, che tenga conto della spazialità, della gestualità, del timbro, della parola, degli stessi simboli che si incontrano nelle funzioni rituali. In alcuni paesi esiste proprio la filosofia del "gesto musicale", che porta intere famiglie a dedicarsi alla costruzione degli strumenti musicali. Gli strumenti, considerati come fonte sonora,
contribuiscono a formare il sistema musicale, il quale a sua volta viene caratterizzato dal fatto sonoro. Questo tipo di evento, necessita per la sua comprensione di due punti di ascolto: espressivo e percettivo. Solamente la coincidenza di questi due punti può aumentare l'effetto suggestivo e comunicativo. In occidente credo che sia importante rivalutare questi principi, riscoprirli. In altri paesi fanno parte del quotidiano.

P.: LA COSTRUZIONE DI STRUMENTI MUSICALI TI HA PORTATO ANCHE UN GROSSO RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE. MUSICISTI COME NANA VASCONCELOS, GLEN VELEZ, TRILOK GURTU, CYRO BAPTISTA, DUDUKA DA FONSECA, PAOLO VINACCIA E ALTRI TI HANNO RICHIESTO  DI COSTRUIRE PER LORO ALCUNI STRUMENTI. COME E' ANDATA ESATTAMENTE?

P.C.: Nana è conosciuto come lo specialista mondiale del berimbau e del caxixi. Per me è il principale  referente. E' nato tutto da lui. Ero a casa sua a New York quando mi chiese di costruirgli i caxixi, fu una sensazione piacevolissima ma allo stesso tempo mi sembrò quasi una cosa normale, dal momento che conoscevo perfettamente le sue necessità. La cosa è andata avanti, oggi lui ha altre cose mie, come un piccolo "udu" e un certo quantitativo di caxixi per poterli vendere nei workshops in giro per il mondo.
Cyro Baptista è un buon amico, usava i vecchi caxixi di Nana con cui collabora tuttora, poi un giorno gli rubarono a New York il furgoncino e due flight cases stracolmi di strumenti. E' stato terribile! Credo che non ci sia professionista, che alla sola idea di perdere o rompere i propri strumenti non abbia gli incubi. Mi telefonò dal New Jersey, mi attivai immediatamente e oggi ha tre caxixi fatti da me. Trilok Gurtu è un'altra persona speciale e suona anche lui i caxixi. Mi chiese di preparargliene due con un suono naturalmente personalizzato. Con Glen Velez la cosa fu un po' differente. Tutti lo conoscono da anni soprattutto come uno specialista dei tamburi a cornice. Ci trovavamo al Perc Pan in Brasile e mi chiese un doppio set di quattro caxixi, differenti per colore, per forma e timbro, dovevano passare nello spazio di pochi centimetri dal suono basso, a quello baritono, a tenore e a  soprano. Come puoi immaginare, non è stato facile, ma sono stati fatti. E' stato scritto in passato che avevo costruito gli strumenti anche  ad Airto Moreira. In realtà Airto non mi ha mai chiesto niente, fu la moglie, la cantante Flora Purim (ci trovavamo a Genova per un festival), a richiedermeli per lei e per fare un regalo al marito. Airto ha un altro modo di suonare i caxixi, pertanto se dovessi fargliene, sarebbe necessario cambiare un po' di cose.

P.: PER QUANTO RIGUARDA LA TUA ATTIVITA' CONCERTISTICA HO AVUTO MODO DI VEDERE CHE FAI DA MOLTO TEMPO E CON SUCCESSO IL TUO SPETTACOLO DA SOLO. COME E' FATTO E  SOPRATTUTTO COME CI RIESCI?

P.C.: Il concerto Solo Performance, "Timbri dal Mondo"® (nome che mi è stato suggerito da Marco Boccitto), è un racconto che si sviluppa in nove - dieci brani, tutti composti da me, della durata di circa un'ora e mezza. Un tempo unico in cui utilizzo la voce - usata come strumento e cantata - e strumenti a percussione - melodici e timbrici - in gran parte autocostruiti. Secondo me è importante sapere di potersela cavare anche da solo. E' una esperienza coinvolgente e di enorme responsabilità. Il mio spettacolo è modulare, così posso propormi anche in forma ridotta, la performance di
venti minuti è utile per incontri con altre forme di arte come la scultura o la poesia, quella di quaranta minuti mi permette di dividere il palco con un altro gruppo o di partecipare ad eventi particolari. Il mio spettacolo Timbri dal Mondo ® ha riscosso successo sia in presenza di una piccola platea (tanto per intenderci una cinquantina di persone), sia davanti un pubblico più numeroso (1500 persone), anche se l'ascolto richiede un approccio intimistico basato sull'attenzione e sul silenzio. Tutto dipende
dal proporsi con coerenza e sincerità. Mi ricordo che agli inizi mi arrabbiavo molto quando qualcuno si avvicinava per toccare o prendere i miei strumenti, e perdevo un sacco di tempo a spiegare il valore, etc.etc. In realtà non bisogna spiegare niente, bisogna suonare ed essere autentici. Oggi per esempio nessuno tocca più niente, e quando si avvicina qualcuno mi chiede permesso o basta un'occhiata per fermarlo! In tutti questi anni l'ho sperimentato anche in piccoli locali e club, solitamente rumorosi e casinari. Passati i primi dieci minuti di incertezza, riesco ad instaurare un buon rapporto  anche con quel tipo di pubblico. Durante il mio spettacolo mi interessa far entrare l'ascoltatore in una area sonora creativa e suggerirgli immagini legate all'infanzia, paesaggi e visioni fantastiche. Il concerto va visto e non solo ascoltato, pertanto l'aspetto scenico, la gestualità, le parole, sono elementi che non vanno sottovalutati.

P.: NELLE TUE COLLABORAZIONI CON ALTRI MUSICISTI COME TI COMPORTI?

P.C.: Sai come è l'ambiente musicale, se sei conosciuto come uno che fa spettacoli da solo difficilmente ti viene proposto di collaborare con qualcuno. In questo periodo sento molto la necessità di fare nuovi incontri musicali. Purtroppo non si incontrano facilmente buoni amici con cui condividere la musica e divertirsi. Comunque sia, quando suono con gli altri, mi sembra tutto più facile. Sono più libero e non devo tenere in mano tutta la situazione, come accade quando faccio i miei concerti da solo. Mi posso permettere nei miei interventi molta più improvvisazione, estemporaneità ed essere più solare.

P.: HAI UN RAPPORTO PARTICOLARE ANCHE CON L'ELETTRONICA. COME LA UTILIZZI E IN QUALE MISURA?

P.C.: Devo dirti che mi fa un po’ arrabbiare! Fosse anche solo per il fatto che sono costretto ad  attingere ai negozi, a personale tecnico e di conseguenza sottostare alle logiche di mercato. In ogni caso, tutte le volte che si passa attraverso un microfono, è necessario fare i conti con l'elettronica. Fa parte della nostra vita e anche nella musica la convivenza con essa è necessaria ed utile. L'utilizzo di una strumentazione molto
avanzata ci consente di poter analizzare la musica che stiamo suonando o registrando stando attenti però a non perdere l'anima e la compattezza. Se si lavora a fondo prendendo confidenza con riverberi ed echi, si può ricondurre l'ascolto ad una dimensione immaginaria, ma che allo stesso tempo rispetta la propria realtà personale e compositiva. Il mio rack elettronico l'ho sempre considerato come un utile strumento musicale che si  affianca, anche se in maniera seriosa e potente, agli altri miei strumenti acustici. L'elettronica  crea una certa dipendenza, ma per fortuna, anche se la corrente elettrica dovesse mancare, posso continuare a suonare ugualmente! 

P.:USI MOLTO ANCHE LA VOCE. A DIRE IL VERO SEMBRA ESSERE L'ELEMENTO CHE TI CARATTERIZZA MAGGIORMENTE. NON E' COSI'?

P.C.: La voce per me è l'elemento centrale durante una esecuzione. Nel mio modo di esprimermi la voce ha un ruolo importante, usata insieme agli strumenti la considero come una fonte di equilibrio e di ispirazione. Molti pensano che io utilizzi chissà quali effetti elettronici, in realtà si tratta di giochi vocali con cui esploro timbricamente gli ambienti creati anche dall'elettronica, ma tutto in maniera il più naturale possibile.

P.: QUINDI LA TUA RICERCA NEL COMPLESSO VERTE SUL TIMBRO, SUL SUONO, PIU' CHE SUL RITMO.

P.C.: Esattamente! Tutto è ritmo, ma non lo amo finalizzato a se stesso. Parlare di ritmo mi ricorda qualcosa di caotico. Il timbro e il colore hanno invece più a che fare con l'energia psichica, che comunque batte, pulsa. E dal momento che il lato emotivo mi ha sempre comandato nella vita, ho cercato di trasporlo anche in musica.  E' utile riflettere sul fatto che il ritmo agisce sulla sfera intuitiva dell'uomo. Dosare delicatamente i suoni e i timbri che hanno un carattere proprio mi ha sempre affascinato, mi permette di lasciare che gli strumenti possano, senza dover spiegare niente, "parlare per pensare" a beneficio del silenzio, del respiro, dell'improvvisazione, dell'apertura, dove il ritmo è necessariamente presente ma non prevaricante. Credo che il mio brano che si chiama "Lua" (dal portoghese Luna), sia l'esaltazione del timbro. E' un brano, all'apparenza elettronico, che eseguo solo con piatti e la voce.

P.: DAI GRANDE IMPORTANZA ANCHE AL SILENZIO. CHE VALORE HA PER TE?

P.C.: Il silenzio ha un suo valore e va rispettato. Un tempo esistevano luoghi sacri alla quiete e luoghi deputati al silenzio. Era sottinteso che l'uomo avesse diritto alla pace. La notte con i suoi segreti concede un po’ di tranquillità, non a caso è anche il titolo di un mio brano. Il silenzio in musica?.è la miglior musica. Basterebbe concentrarsi nell'equazione: più silenzio, meno note.

P.: HAI SEMPRE DETESTATO LA TERMINOLOGIA: PERCUSSIONISTA EFFETTISTA, TANTO E' VERO CHE NELL'ELENCO DI STRUMENTI UTILIZZATI PER UN DETERMINATO BRANO I TUOI INTERVENTI SONO DESCRITTI COME  SIMBOLI. DA DOVE VIENE QUESTA NECESSITA'?

P.C.: I simboli sono la rappresentazione dell'esperienza dell'uomo. Considerare pertanto un  evento sonoro come simbolo è molto affascinante; i termini effetto - effettista, spesso associati alle percussioni, lo sono molto meno. Mi piace ricordare quello che ha detto Munir Bashir: "Se la musica non esce dall'anima, resta solo il rumore".

P.: COME E' COSTITUITO IL TUO SET?

P.C.: Saper scegliere gli strumenti a percussione e creare un proprio set non è facile. E' necessario mettersi nell'ottica che avere un buon strumento musicale vuol dire essere disposti a spendere in maniera adeguata...molto! Si paga in termini di esperienza propria (tempo, investimenti, viaggi, esperimenti) o di chi ha già fatto tutto al nostro
posto. Che siano essi artigiani o scelti tra il vasto assortimento offerto dalle chilometriche liste di marche e sotto marche presenti sul mercato, gli strumenti vanno scelti affidandosi alle esigenze personali. Ho sempre detestato aste e supporti ingombranti. Ricordo di aver suonato una sola volta, il mio primo concerto in teatro, con un set abbastanza standard, e già al secondo lo avevo abbandonato per quello attuale. Non mi è mai piaciuto fare body building nella vita e tantomeno sul palco. Mi trovo più a mio agio usando uno strumento o un piccolo numero di strumenti alla volta.
Così come tenerli in mano o appoggiati a terra. I miei compagni di viaggio sono: il Gong birmano, il Berimbau, i Tamburi ad acqua, l'Udu, il Flauto ad una nota sola pigmeo, la Kalimba, i Cembali, la conchiglia, il Dumbek e senza ombra di dubbio la Voce ed i Caxixi.

P.: PER QUANTO RIGUARDA LA TUA ATTIVITA' DIDATTICA, CI VUOI PARLARE DEI TUOI SEMINARI?

P.C.: E' un'altra cosa che mi piace fare. Il seminario "Dall'Africa al Brasile, viaggio sonoro attraverso la musica extraeuropea" ® denominato non a caso "Strumenti che parlano, parole che cantano" ®, va considerato come un itinerario attraverso la voce, il corpo, il timbro, il suono ed il ritmo. Mi preoccupo di sviluppare l'interesse verso la musica extraeuropea, l'approccio con i materiali con cui vengono costruiti gli strumenti
musicali, le loro origini e nomi, il valore del silenzio e del rumore, l'aspetto curativo, il rapporto con lo strumento e così via. Non è rivolto solo ai musicisti, anzi preferisco rivolgermi soprattutto ai bambini, agli anziani, ai portatori di handicap, ai giovani. Il Seminario è una lezione concerto durante la quale i partecipanti possono ascoltare notizie, vedere i miei strumenti, sentirli suonare ed alla fine possono sperimentare insieme a me con il ritmo, il corpo e la voce.

P.: HO AVUTO IL PIACERE DI ASSISTERE ANCHE AL TUO WORKSHOP E DI VEDERE CHE E' ARTICOLATO IN MANIERA COMPLETA E SOPRATTUTTO PRATICA. CE NE VUOI PARLARE?

P.C.: Assolutamente no! Scherzo! Anzi, sai cosa ti dico? I tuoi complimenti me li "pappo" all'istante! Il workshop, della durata di due o tre giorni, è sviluppato in maniera che i partecipanti possano assistere all'inizio alla lezione concerto, successivamente concentrarsi sulla respirazione, sull'emissione vocale, sull'uso di uno strumento a percussione e l'uso delle mani, dei piedi e del corpo in maniera gestuale e ritmica, per
poi provare a suonare uno o due brani insieme. E quando il workshop è collegato al mio concerto, si possono esibire con me sul palco in una maniera tranquilla, consapevole e coinvolgente.

P.: VIVERE IN PROVINCIA, COSA VUOLE  DIRE PER TE?

P.C: Ti dà la possibilità di poter scegliere e di vivere in una città a dimensione d'uomo. Vedere, tanto per fare un esempio, i portali di un palazzo, piuttosto che le macchine parcheggiate davanti. Certo niente è facile. I contatti con altri musicisti diventano difficili (a causa delle distanze, del tempo e dei costi) e cercare collaborazioni nel proprio
interland è quasi fantascienza. L'Italia non ha città veramente internazionali, pertanto la differenza sta solo nel fatto che chi sta in provincia pensa che solo a chi sta a Roma o Milano possa accadere qualcosa e viceversa. Chi vive a New York lavora molto, ma non vede l'ora di tornare qua. Troppo spesso in Italia gli italiani non vanno di "moda". Ci sono persone con capacità, con voglia di fare, creativi e con tanta energia, e
quelli che ce l'hanno sono all'estero o vivono qua nel disinteresse. Purtroppo la professionalità nelle nostre province è solitamente tradotta come presunzione. Sarebbe bello riuscire a stare dovunque e serenamente. 

P.: SEI SEMPRE STATO MOLTO PRECISO ED ORGANIZZATO, COSA QUESTA MOLTO INSOLITA PER UN MUSICISTA. NON E' COSI'?

P.C.: E' vero! L'Arte, qualunque essa sia, se non produce miliardi, non è considerata lavoro. Il fare musica viene considerato semplice divertimento ed un fenomeno da baraccone. Non è lontano il periodo in cui capitava che qualche genitore osteggiasse il matrimonio della propria figlia con un musicista e tutto questo ancora fa sentire il suo peso. Troppo spesso lo stesso musicista non difende la propria immagine e non si sa gestire. Sentendosi esonerato da qualunque tipo di responsabilità, sta ad aspettare che gli arrivino le occasioni. Sembra che nei momenti "neri" di non guadagno non sia in grado di poter fare altri lavori, come se questo potesse degradare il suo essere "artista". In realtà oggi il musicista deve saper fare fax, scrivere lettere, usare il telefono, meglio ancora usare il computer e la posta elettronica. Quando si vede un musicista che ha avuto successo, non è fortuna, ma capacità e professionalità. L'impegno a curare i
brani, gli arrangiamenti, la scenografia, la regia dello spettacolo (disposizione dei musicisti sul palco, le entrate e le uscite, le pause tra un brano e l'altro, i saluti), così come anche i rapporti con gli organizzatori, con la stampa etc., sono uguali per ciascun musicista. La differenza sta nel fatto che chi muove un pubblico di migliaia di persone,
troverà sempre qualcuno disposto ad occuparsi di lui, chi invece muove un pubblico di decine di persone, sarà lui stesso a doversi occupare di tutto. Questo non significa che uno è più bravo dell'altro, ma che ogni tipo di musica ha il suo pubblico, la sua vendita di CD, il suo cachet. La professionalità ha un costo molto elevato ed è giusto che venga
riconosciuta. 

P.: COME MAI E' SEMPRE PIU' DIFFICILE SUONARE?

P.C:  Una cosa è certa: più diventi conosciuto, meno suoni! Oggi è triste la situazione dei teatri e dei festivals e non lo è da meno quella dei locali. I gestori quasi sempre mettono musica dal vivo per vendere più birra. Incontro ogni tanto qualche collega e gli chiedo cosa stia facendo. Alla loro affermazione che stanno suonando moltissimo e dovunque, gli chiedo: "buon per te! ma quanto paghi?". La risposta: "Beh! cosa vuol dire". Fino a quando ci sono in giro musicisti che pur di suonare sono disposti a pagare, non credo che le cose possano andare bene. Sono pochissimi i musicisti che entrando in un locale o in un teatro cercano di informarsi sulle condizioni della  struttura che li ospita, intendo: pedana, luci, amplificazione, cena, etc.. Molti organizzatori e  musicisti pensano che il pubblico non sia in grado di capire certe proposte, in realtà le capisce molto bene, il più delle volte le subisce in silenzio. Un atteggiamento che sta prendendo piede negli ultimi anni è quello di proporre sempre progetti nuovi ed originali, come se riproporre lo stesso concerto, ben riuscito, fosse una cosa mal fatta e controproducente. Ne consegue che suoni in una città, il pubblico ti rivorrebbe vedere in tempi brevi, invece ci ritornerai solo due o tre anni dopo. C'è la mania del usa e getta. Inoltre ci sono troppi musicisti che stanno sul palco pretendendo di essere
capiti. Per il solo fatto che una persona del pubblico, fosse anche il tuo migliore amico, sia uscito da casa sua e abbia fatto anche solo dieci metri per venirti a vedere ed ascoltare, merita molte attenzioni e ringraziamenti.

P.: HAI SEMPRE SOSTENUTO PRINCIPI COME L'INTEGRAZIONE, IL RISPETTO E LA COMPLICITA'. COSA VOGLIONO DIRE PER TE?

P.C.: E' innegabile che la buona riuscita di un concerto è frutto della coesione, del rispetto e della esperienza di tre professionalità: musicista, organizzatore e fonico. Cose queste che interessano sia l'interprete che il fruitore, vale a dire colui che fa la musica e colui che la ascolta. Per questo motivo, il musicista che va a suonare, in qualunque contesto sia, deve interessarsi degli aspetti che lo circondano che sono fondamentali per la buona riuscita del concerto e che non riguardano solamente la buona
esecuzione. La conoscenza del proprio strumento e la coscienza delle proprie
capacità devono infatti rapportarsi all'ambiente, alle persone e alle macchine. Per chi come me si interessa di un genere musicale non commerciale,  non è facile portarsi sempre dietro il proprio fonico o il proprio manager che ti cura tutto, prima, durante e dopo. Così ogni volta conosci una strada nuova, un organizzatore nuovo, un palco nuovo, un service e un fonico nuovo. Hai sempre poco tempo per familiarizzare, per questo ho sempre preferito parlarsi di più nei contatti che precedono il concerto, con
l'organizzatore e con il fonico. A dire il vero non sembra un sistema molto apprezzato, quasi sempre devi telefonare molte volte, (in veste di manager, di tecnico, di musicista, passando per scocciante) e sentirti rispondere: "non c'è problema!". Non c'è davvero? Gli americani dicono: "first problem, no problem!" ed è così, perché per la loro logica ognuno fa la sua parte e quello che è detto, è detto. Da noi il no problem! è anticipato da: "non ti preoccupare che poi vediamo, facciamo, siamo sempre in tempo?" ?eh! buona notte e tanti auguri!

Tatjana Kostiucick  

 

(Giuseppe) PEPPE CONSOLMAGNO 
Strada Serre, 7 - 61010 Tavullia (PU), Italy, Tel/Fax: 0721 476230, e-mail: info@peppeconsolmagno.com 

 

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