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Music Magazine SENTIRE ASCOLTARE
Tra mistero e natura: i viaggi sonori di Peppe Consolmagno
Testo di: Stefano Solventi Foto di: Gianfranco Rota
In fondo all'intervista la recensione dei 4 CD di Peppe Consolmagno a cura di Stefano Solventi ___________________________________________________________
Quando ho ricevuto il pacchetto promozionale della
Cajù Records,
mi ha preso il solito vecchio timore. Più del solito, a dire il vero.
Mi trovavo ad affrontare quattro dischi che la nota stampa faceva
supporre piuttosto fuori dalle mie abituali frequentazioni:
sperimentali e jazzistici, pervasi d’Africa, di Sudamerica e da
un'altra masnada di latitudini. In breve, di tutti i nomi e luoghi e
riferimenti citati sapevo ben poco, giusto le intersezioni e i confini
con lo sperticato mondo del pop-rock. Di Consolmagno, soprattutto, non
sapevo nulla. E mi rodeva, tanto quanto mi affascinava la sua figura
di percussionista viaggiatore e artigiano, uno che col legno, il
coccio, la corda, interferendo con l’aria e l’acqua, con la terra
e i suoi frutti (letteralmente!), impastando geografia e tempo e
cuore, costruisce gli strumenti e (quindi) il suono del proprio stare
sul mondo. Il Brasile è il suo riferimento sentimentale, un Brasile che è stormo di possibilità inesauribili: la vibrazione del legno, della pelle, della corda d’animale come un gesto di vita, connaturato alla vita, inevitabile alla vita. Per questo, l’attività di Consolmagno non è inquadrabile in un contesto world piuttosto che jazz o addirittura pop: li attraversa tutti come se fossero le etichette vuote che, in effetti sono (…?). Applica con entusiasmo teoria e pratica del proprio suonare alle situazioni più diverse, si tratti del Womad o del Festival Jazz di Montreal, per poi senza indugio collaborare con una delle ultime sirenette della “outro lado” pop, l’ineffabile Cibelle. In ogni caso, la sua firma è la stessa, celata in quel vespaio festoso, in quegli scarabocchi liquidi. E’ semplice, a ben vedere, il linguaggio di Peppe: una semplicità che può anche sembrare difficile tanto ci siamo abituati a disattenderla (la semplicità). Prendete i quattro dischi di cui sopra (e di cui più sotto), come s’impongano quale sfaccettatura diversa d’una stessa sensibilità, calandosi cioè in situazioni lontane con però in ognuna la medesima voglia (ora una bramosia quasi febbrile, altrove una meditativa sospensione zen) di sintesi, d’incontro, di abbraccio tra forme e culture e individui. Quasi fosse un viaggio che è come dire un ricordo, una testimonianza, una premessa/promessa di futuro. Come i tanti viaggi di Peppe, ognuno l’arte e l’elemento per dare forma ad un nuovo strumento, una nuova voce. A questo punto, ci è venuta voglia di intervistarlo (purtroppo soltanto via mail). Ci ha risposto con entusiasmo, passione, semplicità. Non ci aspettavamo altro. SENTIRE ASCOLTARE: Innanzitutto, le coordinate: dove e come nasce, dove e come vive il tuo "fare musica"?PEPPE CONSOLMAGNO: Il mio modo di fare musica nasce da lontano anche se l’ho concretizzato professionalmente abbastanza tardi. Sono nato a Rimini, ho vissuto per molti anni a Pesaro, ora vivo in campagna tra Tavullia e Gradara ai confini con la Romagna. Sono nato tra due realtà differenti, quella romagnola da parte di madre e quella salernitana da parte di padre, ma senza profonde radici musicali. La mia scuola è stata la vita, le esperienze, i viaggi, la curiosità, gli odori, i sapori, il senso pratico e la manualità. Ho sempre cercato la libertà, la possibilità di poter scegliere, di dover accettare il minor numero di compromessi. Non è facile, richiede uno sforzo notevole e una coerenza fuori dal comune. Se l’unico sostegno sei tu stesso, per ottenere questo bisogna lavorare, fare esperienze, accollarsi responsabilità. Per questo motivo la mia musica non ha confini e cerco di farla vivere ovunque senza limitazioni ne vincoli. S.A.: Il tuo utilizzo delle percussioni è molto particolare. Sembra che tenti di trovarne la voce interna... Sarà perché le conosci "in embrione", visto che le costruisci?P.C.: Costruirsi uno strumento aiuta a conoscerlo, a capirlo, a rispettarlo. Passando attraverso le sue fibre riesci a comprendere come si esprime e pertanto di interagire con lui. Costruire il proprio strumento permette di fare da ponte tra l’esigenza creativa e la necessità di soddisfare l’esigenza di musicista. Il mio è un lavoro intimistico basato sull’emozione. Lo strumento musicale è un comunicatore sociale. Per me è importante far parlare lo strumento e questo lo riesco a fare utilizzando la cassa armonica, esaltando il timbro, che determina la qualità del suono, suono inteso come evento sonoro. Non a caso in alcuni miei brani si trova tra l’elenco degli strumenti musicali utilizzati il nome simboli, simboli che rappresentano l’esperienza dell’uomo. Trasporto nello strumento il mio pensiero, il mio carattere…me stesso. Questo è un modo di vedere la musica, non l’unico, ma è un modo. S.A.: Anche il tuo rapporto col ritmo è peculiare: sembra che ne acciuffi uno già presente nell'aria (nel mood), piuttosto che dettarlo...P.C.: Non mi è mai piaciuto il ritmo finalizzato a se stesso o come veicolo di arroganza o di esercizio ginnico. Le persone quando suonano trasmettono energia, fanno veicolare pensieri e il loro modo di essere. Si percepisce, è nell’aria, basta prenderlo ed inseguirlo. Tutto questo ti permette di espandere la creatività e di relazionarsi in modo organico con la musica. S.A.: Il Brasile: non credi che ne abbiamo un'idea terribilmente stereotipata? In altre parole, sostenere che hai nel Brasile il principale referente musicale, non significa il rischio di equivocare la portata del tuo progetto?P.C.: Del Brasile ancora oggi l’italiano ha purtroppo una idea piuttosto superficiale… Al di fuori che il Brasile non è solo spiaggia e fondoschiena, il non tener conto quello che muove nel profondo quel Paese, è un aspetto riduttivo e irrispettoso. Per quanto mi riguarda, è da tempo che ho allontanato questo abbinamento in effetti poco esatto che mi incanala in una unica direzione che io stesso non gradisco e non mi riconosco. Amo profondamente il Brasile, ho scritto molto su questo Paese, parlo portoghese brasiliano. Il mio modo di suonare la mia musica è legato al balançou, come dire: il mio metronomo, il mio tempo si muove con la pulsazione brasiliana. Per questo motivo utilizzo parole in portoghese brasiliana. Ma non suono musica brasiliana nel senso popolare del termine. Tutto viene dall’Africa e di questo nutro un profondo rispetto. La mia musica passa dalla foresta alla città, dai luoghi sacri deputati al silenzio al caos delle metropoli, dall’infanzia al momento della responsabilità. Non penso a tavolino cosa o come suonare, suono e basta. Poi nel tempo ho trovato persone che parlavano di me con analogie con l’Oriente con la Mongolia con l’Africa ma questo l’ho saputo dopo. S.A.: Ascoltandoti viene da pensare che la tua sia musica "di ricerca" o "sperimentale", però allo stesso tempo sembra la più naturale, semplice possibile. E' uno dei tuoi obiettivi formali/espressivi?P.C.: Ricerca e sperimentazione dovrebbero far parte del proprio bagaglio, poi come in tutti i campi è necessario trasmetterla in parole semplici e chiare. Per questo motivo, lascio fuori dalla mia musica tutto quel mondo complicato e laborioso. S.A.: Tu e il jazz: quanto senti di appartenere all'ambiente o "scena"? Sei un inquilino, un ospite o cosa?P.C.: Probabilmente più ospite. Questo vale anche quando mi relaziono con altri generi musicali. Gradisco far parte di progetti, chi mi chiama sa che la mia figura è quella e non un’altra. Non mi si chiede fammi questo o quest’altro, perchè sarà sufficiente dialogare, intendersi, raccontarsi e poi lasciare libero il proprio modo di suonare. E’ questo che fa la differenza secondo me, ed è questo che mi ha caratterizzato in questi anni. Una impostazione, la mia, confortata da esperienze di altri illustri colleghi.. S.A.: A proposito, visto che fai anche attività giornalistica, come sta il jazz dal tuo punto di osservazione?P.C.: Non so bene, dopotutto in questi ultimi anni è così tutto difficile che non riesco essere obbiettivo. Fondamentalmente credo che stia bene. Anche qui in Italia riescono a sopravvivere, anche se sempre a fatica, riviste del settore, siti web molto ben forniti e documentati, tanti jazz club, tanti appassionati, diverse etichette che si occupano di solo jazz. I musicisti jazz italiani sono usciti dal ghetto e riconosciuti in tutto il mondo. La musica suonata…periodo difficile in tutti i campi…ma passerà. I cicli sono cicli, il problema è che durante il tempo concesso alla propria esistenza non se possono vedere molti. S.A.: Ti capita di provare interesse per qualche disco o genere o musicista di area pop/rock?P.C.: Con tutta franchezza è un genere che ho sempre frequentato poco. Mi capita a volte di ascoltare qualcosa e solo raramente lo faccio con interesse. Anche in questo genere ci sono cose molto belle e non necessariamente banali. Tutto sta in chi suona, tra chi guarda le cose in maniera rigida o chi le vede in maniera libera e creativa. Come dire: poco esibirsi, molto integrarsi. Il pop/rock è un ambiente differente ma non incompatibile, ci sono tanti esempi di musicisti jazz, world, etc. che collaborano con gruppi pop/rock facendo cose eccellenti. Anche io stesso ho collaborato con questo genere divertendomi… cosa che non capita così spesso. Ripeto la questione la muove la persona. S.A.: Cibelle, con cui hai suonato, rappresenta a mio avviso la dimostrazione che il pop può raggiungere senza sforzo un compromesso tra qualità e gradevolezza. La ragazza, che se non erro vive a Londra, ti sembra un nome su cui puntare per il futuro?P.C.: Cibelle è un esempio molto carino. Ho collaborato con lei lo scorso anno. E’stata una esperienza molto interessante e piacevole. Questa tua domanda mi dà la possibilità di poter tornare su discorsi che ho fatto prima raccontandoti un altro aneddoto: venni inviato di suonare con Cibelle dal suo management, nessuna prova, solo un cd inviatomi a casa un po’ di tempo prima. Da programma ci saremmo conosciuti direttamente sul palco del Teatro Verdi di Maniago in provincia di Pordenone. E’pomeriggio e tutti siamo occupati nei preparativi. Un saluto caloroso, due parole per rompere il ghiaccio, una veloce scaletta ed è già ora di suonare. Una serata con orecchie e mente aperta e buona la prima. Una esperienza per tutti indimenticabile. Voglio dire: se non sei disposto a metterti in gioco, non sei abituato ad improvvisare e creare all’istante, questi incontri non potrebbero accadere. E’ necessario crearsi il proprio spazio e imporre senza doverne parlare il proprio modo di suonare, trasmettendo amore e rispetto profondo per la tua musica, nel saper ben collocare in musica i tuoi strumenti senza finire in canali stereotipati e pittoreschi. Per me è importante lasciare ogni volta qualcosa a chi viene ad ascoltare. Puntare su di Cibelle per il futuro…anche, perché no! S.A.: A proposito di collaborazioni, puoi vantarne molte. A parte l'importanza dei singoli nomi, quale collaborazione ti ha lasciato di più sul piano umano?P.C.: Non sono così tante devo dire. Certo ognuna ha la sua peculiarità, Anche quelle negative ti aiutano a crescere. Di certo quella con Nana Vasconcelos è sicuramente la più forte e aneddotica. Ci conosciamo da tanto tempo, ma la nostra amicizia si è rafforzata e concretizzata negli ultimi due-tre anni. Ci siamo guardati per anni con una certa curiosità ma anche con po’ di sospetto come sempre accade quando due persone si incontrano con personalità forti. Per me Nana è stato un ottimo maestro, da lui ho appreso la maniera di dar valore a strumenti come i caxixi, il berimbau, l’udu, i semi etc. Ho iniziato a costruirmeli in pieno rispetto di lui. Forse… non a caso dopo anni di ricerca sul timbro, sui materiali, sulla tecnica costruttiva e sul suono, Nana su sua richiesta oggi utilizza alcuni miei strumenti, quelli che più lo rappresentano. E’ il nostro un rapporto di profondo rispetto, di non invadenza, di non arroganza. Nana mi invitò in Brasile come giornalista al Festival Mondiale della Percussione (PercPan) che si tiene a Salvador Bahia e da lui diretto per svariate edizioni. E’ stato ospite a casa mia. Direi però che tutto è maturato l’anno passato con il nostro primo concerto in trio con Antonello Salis eccellente fisarmonicista e pianista, di cui e’ stato pubblicato il Cd per la Cajù Records. Come dirti: un percorso lungo e articolato che mi ha lasciato un profondo significato. S.A.: A proposito, i quattro dischi per Cajù escono in un momento molto delicato, con tutto un sistema di produzione e vendita che lamenta i danni provocati da masterizzazioni selvagge e peer-to-peer. Come vedi questo scenario?P.C: In genere la quantità di dischi che vengono venduti ad esempio di un musicista jazz, equivalgono alla quantità di dischi che una produzione pop destina alla promozione. Capisci bene, che se anche il livello di quell’artista è alto e il suo settore è di interesse culturale importante, fa parte comunque di un ambiente per pochi, mosso sempre e solo da persone che credono in quel progetto, amano quella musica, lontano da conti economici fatto di piccoli guadagni e con molta probabilità anche in perdita. Sopravvivono, ma soprattutto fanno di tutto per far sopravvivere il loro modo vedere il mondo. Lo stesso Peter Kauffmann che crede nei miei progetti, ha fatto uscire in aprile 2005 questi 4 cd a mio nome. Uno sforzo non piccolo, ma necessario, che concretizza quattro miei lavori da tempo nel cassetto e che mi vedono coinvolto in contesti differenti tra loro. Per quanto riguarda la craccatura: è un fenomeno preoccupante, da regolamentare, ma in Italia è così. Se vai con la macchina in una strada a 80 km orari dove il limite è di 50 km orari, il poliziotto addetto al multa velox ti fa una multa di 150,00 euro e ti toglie due punti dalla patente, la stessa velocità che magari lui stesso tutte le mattine percorre con la macchina in servizio, senza cinture, braccio di fuori e sigaretta in bocca, e parla con la collega. Nella stessa catena Musica-Cd, quanti studi di registrazione usano software regolari, quanti musicisti etc. etc. . Sarei dell’idea non di abbassare di tanto il prezzo del cd al pubblico, ma di alzare la quota destinata a chi fa il prodotto e non di quello che ci lavora dopo. Questo permetterebbe di fare lavori professionali, pagare correttamente i professionisti che intervengono nella realizzazione del cd, dal grafico, al fonico, a chi cura il mastering e l’editing etc.. Oggi si dice che si fa un cd con pochi euro…è così vero? Può essere se hai grafica e master pronti a spese zero e se fai i conti solo i conti della stampa e siae. Diciamo le cose come stanno: la musica è considerata ancora oggi un divertimento e non una professione. S.A.: Tornando ai dischi, il live del 2001 al Womad sotto l'egida Ishk Bashad ha una carica spirituale pazzesca, e al contempo comunica gioia, immediatezza (a meno che questa non sia la gioia del puro ascolto). Hai qualche ricordo particolare legato a quell'avvenimento?P.C.: Hai colto bene, le emozioni che descrivi sono reali e sicuramente più forti nel vedere il concerto. Il gruppo Ishk Bashad, ancora attivo, nasce dall’idea del pianista Giuseppe Grifeo con cui collaboro da tempo, insieme oltre a me ci sono la suonatrice di Oud e cantante tunisina Mouna Amari e il violinista siciliano Enzo Rao. Fummo invitati nel 2001 a suonare al prestigioso Womad Festival, quello di Peter Gabriel tanto per intenderci, che oltre a festival inglese ha altre collocazioni nel mondo come nel nostro caso a Palermo. Di quel momento ho un ricordo molto buono, tanta energia, tanta voglia di suonare, molta professionalità. I fonici di Gabriel capirono immediatamente cosa dovevano fare, soli venti minuti di sound check, e pronti per suonare. Il concerto fu registrato da Peter Kauffmann. Al nostro ritorno riascoltammo la registrazione e l’idea che fosse possibile farla finire in un Cd sembrava molto fattibile… e così è stato. La collocazione, l’organizzazione, il luogo, il service, il fonico sono gli elementi che contribuiscono alla riuscita di un buon spettacolo. S.A.: Timbri dal Mondo può essere considerato il tuo autoritratto sonoro, oppure è solo una parentesi che ti sei concesso?P.C.: Assolutamente un mio autoritratto. Timbri dal mondo è una solo performance che faccio da tanti anni. Il Cd uscito per la Cajù Records testimonia questo mio lavoro. Tieni presente che essendo registrato su due tracce e dal vivo, rispecchia esattamente il mio spettacolo. Tutto quello che si sente è quello che io faccio dal vivo, utilizzando voce, percussioni e live sample. Anche il libricino che accompagna il Cd, ricco di belle foto e di racconti ben mirati, mette in evidenza il mio modo di essere. S.A.: Come nasce il progetto live con Vasconcelos e Salis?P.C.: Il mio rapporto di amicizia e professionale con Nana come ti ho accennato è abbastanza lungo nel tempo. In verità non avevamo mai suonato insieme a parte un accenno nel 2001 in un doppio concerto a Firenze. Nana mi chiese se potevo trovare la possibilità di suonare di nuovo in Italia con Antonello Salis con il quale registrò Lester quasi 20 anni fa, un cd memorabile. La sorpresa fu quando mi propose di suonare con loro, idea che si concretizzò con il breve tour del 2004 che toccò come prima data Roma. Si trattò di una prima assoluta del trio. Per evidenziare maggiormente il modo nel quale sono abituato a lavorare ti racconto questo altro aneddoto: Ci siamo incontrati soltanto il giorno prima del concerto: giusto il tempo di scambiarsi i saluti e andare in Rai per partecipare alla trasmissione Stanza della Musica di Rai Radio Tre Suite. Il giorno successivo in solo un’ora e mezzo siamo riusciti, sotto la direzione di Nana, a preparare il programma della serata. Veramente poco il tempo a disposizione, anche questo concerto venne registrato da Kauffmann e oggi è in catalogo Cajù. Un trio particolarmente intrigante, fra composizione e improvvisazione, a cavallo fra tradizione e modernità. Un incontro speciale, superfluo parlare dell’importanza di una persona come Nana Vasconcelos che da oltre 40 anni spicca nel panorama musicale mondiale e di un musicista vulcanico come Antonello Salis, un incontro per entrambi ricco di sorprese. In Aprile di questo anno abbiamo suonato a Parigi. S.A.: La registrazione del concerto su un due tracce digitale provoca una fragranza, una sincerità non comuni. Sembra di stare seduti per terra con le dinamiche che frullano ad altezza d'uomo. Vuoi parlarne?P.C.: Sì, è proprio così! La registrazione su due tracce è un modo veloce e pratico, ma come dire: “o la va o la spacca”. Sicuramente con un banco di regia destinato, doppio fonico, etc. etc. si potrebbe lavorare con più dati e con più certezze. Sono sempre stato un tipo pratico e realista, alle parole preferisco far seguire i fatti. Purtroppo le solite ristrettezze economiche, le problematiche organizzative, il poco tempo a disposizione per familiarizzare con chi dovrai lavorare quel giorno, inconvenienti tecnici sempre in agguato, distanze chilometriche etc.etc. portano inevitabilmente a insuccessi. Alle tante belle parole, spesso segue il niente. La vedo così: poche idee molto concrete e realizzabili e allo stesso tempo aperte e proiettate in avanti, La tecnica a due tracce è una fotografia di quel momento, non si possono fare tanti ritocchi, è così come lo sentiva il pubblico e tu dal palco. Questa cosa mi piace, ovvio che da meticoloso come sono, gradisco lavorare in maniera più completa. Ripeto: intanto così si fa e si fa piuttosto bene. S.A.: Infine, il mio preferito, quel Kalungamachine che è world, jazz, ambient, intensità e divertimento, un inno intimo e panteista... Come è avvenuto l'incontro con Marangolo?P.C.: Mi fa piacere che ti piaccia molto. Kalungumachine è una ristampa del cd realizzato nel 1994. E’ stato ristampato proprio perché ancora richiesto. Come spesso accade non abbiamo capito bene come mai questo lavoro ha riscosso e riscuote grandi apprezzamenti. Questo cd fu registrato in studio, ma anche qui la logica è sempre la stessa: tre soli pomeriggi senza prove, si suona, si ascolta, si archivia, si lavora finché le energie e le idee ci sono e il cd è uscito. Con Antonio Marangolo già lavoravo da qualche anno. Prima, nel 1990 con il suo Marangolo Quartetto Orizzontale suonammo al International Jazz Festival di Montreal in Canada. Peccato che di questo quartetto ancora esistente, ci sia un master pronto, mai pubblicato. Tra me e Antonio ci lega una buona amicizia e una buona conoscenza dei nostri pregi e difetti. Persona di alto valore musicale e dotato di una grande capacità che gli permette di entrare e uscire nella musica con disinvoltura. Questo ha permesso di realizzare prodotti come Kalungumachine, 37 minuti , un concentrato di libere idee e di suonare anche oggi anche in duo, ogni volta con sorprese. S.A.: Il suo sax e la tua voce - anzi le tue "voci", se così possiamo chiamare anche quelle dei tuoi "figliocci" percussivi - si abbracciano come se fossero una cosa sola...P.C.: Questa è la logica adoperata, ma soprattutto il nostro modo di vedere le cose. Non è una cosa creata apposta, premeditata, è quello che siamo. S.A.: Per concludere: la musica può ancora suggerirci una direzione?P.C.: La musica è troppo importante e potente. Se la musica esce dall’anima come non può riuscirci?
RECENSIONI ai 4 CD di PEPPE CONSOLMAGNO a cura di Stefano Solventi Peppe Consolmagno - Timbri dal mondo (Cajù
Records, 2005)
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